Biocarburanti: sono davvero un’alternativa all’elettrico?
Costi di produzione e distribuzione onerosi, risorse limitate delle materie prime il cui consumo può mettere a rischio interi ecosistemi. Ecco una panoramica sui biofuel, cosa sono, come vengono prodotti e le criticità per le quali non possono essere considerati una valida alternativa all’energia elettrica per l’alimentazione dei veicoli
Di Federica Musto
Quando l’Unione Europea ha annunciato lo stop alla vendita di auto a combustione interna dal 2035, il dibattito si è acceso in tutta Europa. L’obiettivo di accelerare la transizione verso l’elettrico ha sollevato polemiche e perplessità, soprattutto in paesi come l’Italia, dove l’industria automobilistica e quella dei carburanti tradizionali hanno avuto un ruolo chiave nell’economia per oltre un secolo. È in questo contesto che i biocarburanti e gli e-fuel sono tornati al centro della discussione. L’Italia, con il sostegno di altri Stati membri – come Repubblica Ceca e Polonia, ma anche la Germania per quanto concerne più specificamente gli e-fuel – ha spinto per il riconoscimento di questi combustibili come alternativa sostenibile, ritenendoli in grado di prolungare la vita dei motori termici senza compromettere gli obiettivi di decarbonizzazione. Ma cosa sono esattamente i biocarburanti di prima e seconda generazione? Quanto sono davvero sostenibili? E quali sfide pongono in termini di produzione e costi?
Biocarburanti: cosa sono?
Partendo da una definizione più dettagliata, i biocarburanti sono combustibili ottenuti da biomasse, come oli vegetali, zuccheri, o scarti agricoli e sono considerati un’alternativa più sostenibile ai combustibili fossili perché riducono le emissioni di gas serra. Ne esistono due tipologie principali: i biocarburanti di prima generazione, prodotti da colture alimentari, e quelli di seconda generazione che sono derivati da materiali non alimentari. Per entrambe le generazioni, la produzione avviene attraverso processi che trasformano la biomassa in combustibile: per i biocarburanti di prima generazione si usano colture come mais, canna da zucchero, e olio di palma, che vengono fermentati o raffinati per ottenere etanolo o biodiesel. I biocarburanti di seconda generazione, invece, utilizzano residui agricoli, legno, o alghe, dunque risorse non in competizione con le colture alimentari, con l’obiettivo di ridurre l’impatto sulla catena alimentare. Questi materiali vengono sottoposti a processi più complessi come la pirolisi o la gassificazione per produrre carburanti avanzati. Il motivo principale per cui i biocarburanti vengono ritenuti più sostenibili rispetto ai carburanti fossili sta nel ciclo del carbonio. Infatti, sebbene anche i biocarburanti vengano di fatto impiegati come combustibili, il carbonio rilasciato dai biocarburanti è lo stesso che le piante con cui sono prodotti hanno assorbito durante la loro crescita, creando un ciclo relativamente bilanciato. I combustibili fossili, invece, liberano carbonio che è stato immagazzinato per milioni di anni, contribuendo all’’aumento complessivo della CO2 atmosferica. Naturalmente a livello di LCA per valutare l’effettivo impatto ambientale del biocarburante vanno considerate anche le risorse impiegate per la produzione della materia prima da cui sono estratti, dunque l’utilizzo di suolo ed acqua per la coltivazione delle colture e le emissioni complessive legate alla produzione, come fertilizzanti e trasporti. Per questo motivo i biocarburanti di seconda generazione, prodotti da scarti, sono ritenuti più sostenibili rispetto a quelli di prima generazione. Infine ci sono i biocarburanti sintetici, noti anche come e-fuel, che sono prodotti combinando idrogeno, ottenuto da fonti rinnovabili, con CO2 catturata dall’atmosfera o da processi industriali. Ma di questa tipologia di carburanti tratteremo in maniera più completa in un prossimo articolo.
A questo link l’articolo completo pubblicato su E-Ricarica di marzo